Quando i valori di vitamina D aiutano a prevenire il rischio di COVID-19?

A oltre un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria generata dalla diffusione della malattia virale COVID-19 siamo ormai tutti ben consapevoli di quanto ancora molto enigmatica essa sia, sia nella tipologia di soggetto che tende a colpire in modo più severo sia nella varietà sintomatologica che può presentare nei diversi pazienti.

Se, da un lato, non esiste ancora un numero sufficiente di ricerche o di evidenze scientifiche a dimostrare una diretta correlazione tra ipovitaminosi D e contagio da virus SARS-CoV-2, d’altro canto sappiamo che questo gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da diverse vitamine (D1, D2, D3, D4 e D5) è estremamente importante per il benessere generale dell’organismo e per la prevenzione delle infezioni batteriche e virali.

Non a caso, tra i sintomi della sua carenza figurano anche una maggiore vulnerabilità alle infezioni e una ridotta funzionalità polmonare, che può influire sulla capacità dell’organismo di contrastare le aggressioni alle vie respiratorie.

In questo senso, risulta quindi fondamentale mantenere ottimali i propri valori di vitamina D così che questa grande alleata della salute possa svolgere il suo ruolo chiave nell’attivazione delle nostre difese immunitarie.

Vitamina D e difese immunitarie: qual è il legame?

Come è noto, la vitamina D è essenziale per la regolazione del metabolismo del calcio e, di conseguenza, per l’azione di calcificazione delle ossa e dei denti. In termini pratici, questo significa che aiuta a contrastare problematiche anche molto severe a carico dell’apparato osteo-scheletrico, quali ad esempio le deformazioni ossee di varia natura, il rachitismo, la osteomalacia e, naturalmente, anche la pericolosa malattia parodontale. 

Non è però la sola funzione che questo gruppo di ormoni svolge: la presenza di un adeguato apporto di vitamina D nell’organismo consente infatti la sollecitazione dei linfociti T, ossia le cellule del sistema immunitario deputate al riconoscimento di organismi “intrusi” e potenzialmente dannosi.

linfociti T sono naturalmente presenti nel nostro organismo, ma la presenza di vitamina D favorisce la produzione di un recettore che ne aumenta la sensibilità, rendendoli quindi più efficienti nel loro contrasto all’aggressione di virus e batteri. Attraverso la stimolazione della funzione dei globuli bianchi (che includono anche i macrofagi e i linfociti T “helper”) e del loro attacco ai microrganismi estranei, questi ultimi potranno essere espulsi più efficacemente attraverso i vasi linfatici.

In sintesi, quindi, la vitamina D supporta e stimola l’azione di attacco e inattivazione che i linfociti T esercitano nei confronti di questi microrganismi, rendendo il nostro organismo più preparato e reattivo nei confronti delle infezioni virali o batteriche.

Inoltre, la vitamina D3 in particolare è dotata di specifiche proprietà immunoregolatrici e antinfiammatorie e può favorire il miglioramento dell’immunità sia aspecifica che acquisita, contribuendo a ridurre il rischio di insorgenza di patologie autoimmuni.

Ferma restando l’importanza di assimilare la vitamina D attraverso la quotidiana esposizione ai raggi ultravioletti, resta comunque rilevante valutare con il proprio medico curante l’eventuale necessità di assumere integratori specifici laddove si riscontri una carenza o deficienza comprovata, un abbassamento delle naturali difese immunitarie, o l’insorgenza di condizioni quali il rachitismo, l’osteomalacia, la debolezza muscolare generale e cronica.

Per poter contribuire alla prevenzione di infezioni come quelle causate dal virus SARS-CoV-2, ossia l’ormai noto COVID-19, i valori di vitamina D nel sangue dovrebbero sempre rientrare nel range ottimale.

Quest’ultimo è variabile in funzione dell’età, e può mutare dalle 200 unità al giorno per i bambini e gli adulti fino ai cinquant’anni fino alle 400 unità per le persone tra i 51 e i settant’anni, arrivando persino alle 600 unità per gli individui over-settanta.

Un consulto con il proprio specialista medico ed esami ematici specifici permetteranno di stabilire con esattezza il livello di vitamina D nel sangue e di pianificare eventuali terapie di supporto, così che l’organismo possa beneficiare dell’importante, incalcolabile contributo apportato da questo gruppo di ormoni.

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IMI-EDN per conoscere i valori di vitamina D

Nell’ambito del suo articolato protocollo di diagnosi parodontaleIMI-EDN richiede l’esecuzione di esami specifici relativi alla vitamina D e al paratormone.Il test consiste in un semplice prelievo ematico.

Ricordiamo che il paratormone (PTH) è un ormone prodotto dalle ghiandole paratiroidi (situate nel collo), il cui ruolo principale è quello di mantenere costante la concentrazione del calcio nel circolo del sangue. Lo stretto legame del PTH con la vitamina D è ormai assodato, dal momento che la carenza della seconda porta a un aumento del primo, con conseguente assorbimento di calcio dalle ossa e progressiva demineralizzazione.

La stessa demineralizzazione ossea è per IMI-EDN un parametro cruciale nella diagnosi della malattia parodontale, una patologia che comporta il progressivo riassorbimento delle ossa mascellari e il peggioramento del grado di infezione, fino alla perdita degli elementi dentali colpiti, e che è fortemente interconnessa anche all’insorgenza di un numero rilevante di malattie sistemiche e condizioni anche molto gravi.

Puoi scoprire di più sul nostro protocollo diagnostico alla pagina dedicata sul nostro sito web.

Ti ricordiamo infine che in tutti i nostri centri ci impegniamo quotidianamente per creare un ambiente clinico accogliente e sicuro per tutti i nostri pazienti, e per facilitare al contempo l’accesso alle terapie, riducendo al minimo le difficoltà.

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